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Lo psicologo, chi è costui?
Articolo tratto da www.psicologicamente.altervista.org/psicologo.htm

Malgrado la cultura psicologica si stia costantemente diffondendo nella società, esiste ancora molta confusione sulla figura dello psicologo, su chi sia e cosa fa, e su cosa lo distingua dagli altri specialisti della mente. E’ opportuno mettere un po’ d’ordine in questa sorta di grande minestrone psicoculturale, per capire quando e perché può essere utile rivolgersi allo psicologo, o ad uno dei suoi vari “colleghi”.

Come lascia intendere la parola stessa,
lo Psicologo è lo specialista che si occupa della psiche umana, sia sul piano conoscitivo - tutto ciò, quindi, che riguarda ricerca, didattica e sperimentazione volte ad ampliare le diverse conoscenze sul comportamento e sulle dinamiche psicosociali - che clinico-operativo: dalla promozione del benessere alla prevenzione del disagio psichico, fino alla diagnosi, al sostegno psicologico, al consiglio e all’ indirizzamento verso un differente professionista della salute psichica, quando più adeguato al caso.
Inoltre, in base ai suoi interessi personali e alla sua formazione, egli può rivolgersi non solo alle persone, ma anche ai gruppi (coppie, famiglie e altro ancora), ad interi organismi sociali (come scuole, aziende, strutture assistenziali) e alla comunità.

Qualche domanda può aiutare a capire meglio chi è e cosa fa uno psicologo in ambito clinico.

E’ sufficiente una laurea triennale per essere psicologi?
No. Il Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche, la nuova figura introdotta dalla riforma universitaria
(L.170 dell'11 luglio 2003) possiede alcune competenze tecniche, soprattutto psicometriche, progettuali e di ricerca, e può iscriversi ad una sezione apposita dell'Albo (sezione B), ma per attività complesse si deve appoggiare ad uno Psicologo (laureato quinquennale iscritto alla sezione A dell'Albo), e non può iscriversi a scuole di specializzazione in psicoterapia.

Lo psicologo prescrive farmaci?
No, non è un medico. Il suo lavoro clinico consiste nel comprendere ed accogliere la sofferenza, i vissuti e le domande, implicite o esplicite, di chi si rivolge a lui, allo scopo di aiutarlo ad acquisire una maggior consapevolezza di sé e delle proprie difficoltà e potenzialità, mettere ordine nella propria vita ed agire nella direzione desiderata.

Lo psicologo può essere sostituito da un amico?
No, perché un amico non ha quell’obiettività e quegli strumenti tecnico-professionali di cui dispone uno specialista della mente.

Lo psicologo è qualcosa di simile a un coach, un educatore, una guida spirituale?
No, è una figura professionale diversa, anche se, quando richiesto, la sua azione può essere di tipo psicopedagogico e informativo.

Lo psicologo può essere sostituito da un sacerdote?
No. Anche se esistono disturbi psichici a contenuto religioso, le aree di competenza restano distinte, poiché il sacerdote è essenzialmente una guida morale e spirituale.

Ma allora, cosa fa uno psicologo, in concreto?
Lo psicologo agisce promuovendo il benessere psichico attraverso strumenti come l’ascolto empatico, la comunicazione e varie tecniche di analisi, misura e osservazione (tra cui i test psicometrici), integrati dai dati degli esami fisici (quando necessari ad una corretta diagnosi) e dell'anamnesi psicosociale, vale a dire la raccolta delle informazioni biografiche utili per comprendere la complessità della situazione. (Il lettino invece, contrariamente a quanto si pensi, è un elemento del repertorio classico dello Psicoanalista, e lo psicologo solitamente non ne fa uso).

E tutti gli altri Psi…psicoterapeuti, psicoanalisti, psichiatri…? E il neurologo?
Sono altri specialisti della mente, con competenze distinte rispetto allo psicologo, anche se a volte le aree d’intervento possono sovrapporsi.

Lo Psicoterapeuta è uno psicologo (o un medico) che ha seguito una scuola di specializzazione (almeno quadriennale) in Psicoterapia, cioè una specifica tecnica d’intervento sui disturbi psicopatologici. Esistono varie Scuole di Psicoterapia, ognuna con la sua tecnica, diversa dalle altre; ciò non deve stupire, poiché la mente umana è complessa, e si può guardare ad essa da diverse angolature - ad esempio concentrandoci prevalentemente sul suo aspetto osservabile, il comportamento, o su variabili più interne, come pensieri, emozioni, impulsi; su aspetti maggiormente consapevoli, o piuttosto prevalentemente inconsci; sui vissuti soggettivi o sulle dinamiche relazionali, o ancora sugli aspetti psicofisiologici e psicosomatici… Qualunque sia la Scuola a cui fa capo, lo Psicoterapeuta è comunque un professionista specializzato nella terapia dei disturbi psichici, e il suo intervento è quasi sempre indispensabile in caso di situazioni cronicizzate o molto complesse.

Lo
Psicoanalista probabilmente nell’immaginario collettivo è il professionista della mente per antonomasia. Si tratta di uno psicologo o un medico specializzato in Psicoanalisi, ovvero una particolare forma di psicoterapia le cui basi risalgono a Freud, e successivamente evolutasi in molteplici direzioni. Come per la psicoterapia, infatti, non esiste un solo tipo di psicoanalisi, ma diverse, in base all’orientamento delle diverse Scuole Psicoanalitiche. Ciò che le accomuna è l’approcciarsi alla dimensione inconscia della mente, e l’utilizzo di tecniche cliniche come la libera associazione e l’interpretazione dei sogni. Tuttavia, è ancora possibile trovare chi esercita la professione di Psicoanalista senza essere né psicologo né medico. E’ anche bene precisare che non tutti gli psicoanalisti, come si tende a immaginare, fanno uso del lettino - anche in questo caso, dipende dalla scuola di appartenenza. In genere il percorso analitico dura a lungo (diversi anni) e ha come scopo principale la conoscenza di sé in profondità, non solo la remissione del disagio o del sintomo.

Lo
Psichiatra è un medico specializzato in Psichiatria. Poiché la specializzazione in psichiatria comprende anche alcuni corsi di psicoterapia lo psichiatra dal punto di vista legale viene correntemente equiparato allo psicoterapeuta (sebbene attualmente ciò sia oggetto di discussione in alcuni ambienti professionali). La specificità della sua formazione è nell’essere fondamentalmente medica, incentrata sui correlati genetici e fisiopatologici dei disturbi psichici, ed è quindi portato all'uso degli psicofarmaci quale metodo elettivo di trattamento. Tende sovente a intervenire con prescrizioni farmacologiche anche in caso di disturbi medio lievi, o addirittura squisitamente psicologici (ad esempio, difficoltà esistenziali o relazionali generanti ansia, depressione, insonnia, ecc.), come del resto tendono a fare anche gli stessi medici di famiglia (non psichiatri) consultati. Si tratta di situazioni in cui la collaborazione con uno psicologo sarebbe vivamente consigliata, per un trattamento più adeguato del problema. Invece negli stati di sofferenza molto gravi ed acuti, in cui è forte l’azione di una componente biochimica (si pensi ai “raptus” violenti e omicidi, agli stati confusionali, alle depressioni profonde specie se “irragionevoli”, al rischio suicidario, ed a tutti i casi in cui le condizioni psichiche appaiono così compromesse da rendere difficile o impossibile la relazione terapeutica) l’intervento psichiatrico è indispensabile - sebbene esso sia sempre più opportunamente integrato con il supporto psicologico/psicoterapeutico, e con quello assistenziale da parte delle strutture preposte (centri di igiene mentale, comunità terapeutiche etc).

Il
Neurologo è anch’egli un medico, specializzato in Neurologia. Talvolta viene confuso con lo psichiatra, perché un tempo le due professionalità erano fuse (esisteva infatti la specializzazione in "Neuropsichiatria", mentre oggi esiste solo quella in Neuropsichiatria Infantile). Egli si occupa delle disfunzioni del sistema nervoso sul versante squisitamente organico - pensiamo, ad esempio, a condizioni come Epilessia, Traumi Cranici, Demenze - intervenendo in modo farmacologico, chirurgico e riabilitativo (solitamente in collaborazione con altre figure professionali, come fisioterapisti o anche psicologi). Non è invece abilitato a diagnosticare e trattare problemi psicologici, salvo nei casi in cui i sintomi psichici abbiano in realtà un’origine organica - come si osserva in certe forme d’intossicazione o di Epilessia del Lobo Temporale, ad esempio. Purtroppo, a causa della persistenza del luogo comune che psichiatri e psicologi siano “i medici dei pazzi”, accade ancora che alcuni medici di famiglia siano costretti a inviare pazienti “ritrosi” al neurologo, anziché allo specialista più opportuno.

E qui si apre il discorso sui
luoghi comuni che ancora aleggiano, nell’immaginario collettivo, sulle figure di Psicologi, Psicoterapeuti, Psicoanalisti e Psichiatri, come spettrali e paurosi fantasmi.

Andare dallo Psicologo significa essere matti?
Molti sono ancora convinti, per scarsa conoscenza della materia, che avere un problema psicologico significa essere pazzi. Da qui, il rifiuto dell’esperto in salute psichica.
In realtà, i problemi psicologici fanno parte della vita di tutti, ed essere “matti” è piuttosto un’esperienza estrema, fortunatamente poco frequente, confinata al grande regno delle
Psicosi. Gli psicotici non curati molto difficilmente si rendono conto della propria condizione, perché il loro problema di fondo, per quanto sia eclatante ad occhi esterni, è la perdita di contatto con la realtà; per cui, chiedersi se si è “matti” equivale sostanzialmente a non esserlo!

Ma allora, quand'è che è consigliabile andare dallo Psicologo?
Quando un problema è tale da non poter essere affrontato con i propri mezzi, o con l’aiuto degli altri.
La sofferenza non è di per sé patologica, anzi, è una reazione “sana” - significa che manteniamo il contatto con la realtà di fronte a prove anche dure che la vita ci sottopone (pensiamo a un lutto, un incidente, la rottura di una relazione importante, il fallimento di un progetto ambito…) – ma è necessario esser consapevoli che un dolore o una difficoltà che persistono troppo a lungo molto probabilmente non passeranno da soli, ma piuttosto si cronicizzeranno. Se il “fai da te”, i consigli di parenti e amici, i suggerimenti e gli aiuti del medico non hanno funzionato, generando un appuntamento quotidiano con il malessere che finisce per ripercuotersi e condizionare pesantemente la vita di tutti i giorni, magari continuiamo sempre a sperare che col tempo che cose possano migliorare...ma quando?
Come se poi non bastasse, in certi casi il fai da te potrebbe anche tradursi in “cure” inadatte, e portare all’erronea convinzione che non si potrà mai migliorare perché si è già fatto “tutto il possibile” (almeno dal proprio punto di vista…) E non parliamo del rischio di incorrere in ciarlatani.
In situazioni di questo tipo, andare dallo psicologo significa essere responsabili e impegnarsi concretamente a migliorare la qualità della propria vita.
Ecco degli esempi:

  • Quando manca la serenità, quando ci si accorge di avere reazioni inadeguate che portano sofferenza a sé stessi e/o agli altri;

  • Quando si ha la sensazione, o il timore, di non comprendere più il proprio vissuto, di perdere la bussola e il timone di se stessi e della propria vita;

  • Quando si avvertono dei blocchi che ostacolano la propria capacità di scegliere, decidere, agire;

  • Quando ci si trova in situazioni come: stallo – disagio – ansia - stress ingestibile - pensieri e impulsi fissi, intrusivi, inappropriati o irragionevoli - difficoltà comunicative, relazionali, sessuali - auto-svalutazione – autolesionismo - non accettazione di sé – depressione – disperazione - fasi critiche della vita - crisi d’identità - problemi esistenziali - euforia artificiale – dipendenze - perdita dell’autocontrollo - difficoltà nell’approccio con la realtà etc...

Una sofferenza psicologica “importante” è molto più frequente di quanto non si pensi, ma purtroppo, le persone non sempre se ne rendono pienamente conto, anche perché spesso il disagio interiore non viene percepito da chi ci è vicino, e tende ad essere addirittura nascosto, per timore di apparire inadeguati, bizzarri, “non a posto con la testa”, "diversi". Il rischio maggiore, purtroppo molto diffuso, è arrivare a negare addirittura a se stessi l’esistenza del problema, che intanto trova terreno fertile per crescere e nutrirsi.

Chi non riesce a farcela da solo e ricorre allo Psicologo, è un debole?
E' abbastanza evidente che ci vuole molta più forza, consapevolezza e coraggio nello scegliere di affrontare le proprie difficoltà nel modo opportuno, che fingere non si tratti di nulla, scappare da se stessi e nascondere la testa sotto la sabbia a mò di struzzi…

Andare da uno “strizzacervelli” non può essere pericoloso?
Esistono mille varianti di questo luogo comune, perché mille sono i modi in cui si tenta di sfuggire ai propri problemi (non è autolesionismo, non sempre almeno…ma piuttosto un ingenuo tentativo di autorassicurarsi pensando “non è niente”, “ce la faccio” “non ne ho bisogno”…):
Gli psicologi sfasciano le famiglie
Gli psicologi fanno perdere la fede
Gli psicologi fanno il lavaggio del cervello

E via immaginando, o meglio proiettando i propri timori. E’ bene chiarirlo una volta del tutto: gli psicologi non hanno tutto questo potere. Se gli equilibri della propria vita cambiano in seguito ad un lavoro di tipo psicologico, è perché evidentemente prima qualcosa non funzionava.
Certo, è anche importante scegliere con cura il professionista cui ci si affida, come faremmo con un medico, un architetto, un avvocato…è bene verificarne l’appartenenza all’Albo, e se ci sembra troppo approssimativo, superficiale, e poco professionale sul
piano deontologico….meglio cambiare.

E chi non può permettersi un trattamento lungo e costoso cosa può fare?
Innanzitutto è bene chiarire che molto raramente andare da uno psicologo significa impegnarsi per anni. Anche qui, si tende a confonderlo con la figura dello psicoanalista, che nell’immaginario popolare si prende carico per tempi virtualmente infiniti di pazienti nevrotici e facoltosi, decisi ad esplorarsi fino in fondo (e c'è sempre qualcosa in più da scoprire..) distendendosi comodamente sul lettino per un’ora quattro-cinque volte a settimana.
Ma le cose, solitamente, sono diverse. Dallo psicologo non di rado sono sufficienti poche sedute per mettere meglio a fuoco la propria situazione; a volte anche uno o due incontri bastano a una persona per sentirsi aiutata, e non si sente il bisogno di tornare. Tuttavia, in questi casi è necessario essere davvero motivati al cambiamento, e ad abbandonare modi di pensare e di agire inadeguati.
Va anche detto che l’onorario di uno Psicologo non è rigido, e il
Tariffario stabilito dall’Ordine lascia ampi margini che consentono al professionista di stabilire, in base al caso e alla situazione (anche quella economica di chi si rivolge a lui) la cifra più opportuna.
Infine, è bene ricordare che presso la ASL e altre strutture convenzionate o del privato sociale, è spesso possibile ricorrere a un aiuto specialistico totalmente gratuito per chi ne fa richiesta.

Non per dire una cattiveria, ma se nessuno avesse problemi lo psicologo finirebbe di lavorare… Non è vero. Molti si stupirebbero sapendo che una buona parte di coloro che consultano uno psicologo non hanno alcun particolare problema. Si può ricorrere ai suoi servizi ogni qual volta si desidera anche solo semplicemente il parere di un esperto della mente su una particolare situazione (che viene analizzata a fondo, e non in modo sommario come accade nelle rubriche dei giornali..), o si ha voglia di guardarsi dentro per conoscersi meglio, o si abbisogna di informazioni e chiarimenti su temi psicologici, o ancora, si desidera un controllo sul proprio stato di salute psichica a scopo preventivo...anche questo, un comportamento di grande responsabilità verso il proprio benessere e quello di chi ci è vicino.


La psicoterapia breve
Articolo tratto da http://www.psicologiaonline.it/

  V. Van Gogh, Il seminatore

  

Quanto dura un trattamento di psicoterapia? Intorno a questa domanda naufragano talvolta le buone intenzioni di chi medita di rivolgersi allo psicologo, ma paventa un’impresa troppo lunga o costosa. Nel nostro immaginario collettivo c’è anche lo spettro dell’ analisi interminabile, o inutile: come non ricordare la celebre battuta di W. Allen, "provo ancora un anno con la psicoanalisi, poi vado a Lourdes"?

Spesso l’aspirante paziente, quando arriva dallo psicoterapeuta, pone una domanda preoccupata circa la durata del trattamento e, quel che è peggio, rimane quasi sempre senza una risposta precisa. In realtà, la risposta ad una simile domanda può essere formulata in modo attendibile, solo se essa risulti complessa, articolata, possibilista. La durata della psicoterapia è, infatti, assai variabile e dipende da una somma di fattori.

Anzitutto bisogna distinguere tra i diversi tipi di psicoterapia, che differiscono tra di loro in modo sostanziale, anche per ciò che riguarda la durata. Sfortunatamente, i pazienti di solito non sono al corrente della realtà poliedrica della psicoterapia, e su simili questioni non chiedono molte informazioni al professionista a cui si rivolgono; questi, per suo conto, assai poco volentieri tenderà ad introdurre l'argomento, che potrebbe facilmente diventare una complicata e controversa lezione di storia della psicologia contemporanea. In secondo luogo, la durata dipenderà molto dal tipo di disturbo e dalla reattività individuale, ossia dal carattere, ma anche da come si combineranno assieme le sensibilità e i caratteri del terapeuta e del paziente. Perciò, come andranno le cose nel corso della terapia difficilmente può essere previsto in modo preciso. Infatti, anche se la conoscenza del tipo di disturbo e/o della tipologia caratteriale del paziente può lasciar prevedere un certo tipo di andamento, in realtà non esistono due casi uguali, e la specificità individuale crea sempre delle sorprese anche allo psicologo esperto. Infine - last but not least - molto dipenderà dalle intenzioni e dalle disposizioni d’animo con cui il paziente affronterà la psicoterapia, ossia dalla reale volontà di cambiamento. Questo, soprattutto nei casi in cui essa offre potenzialmente percorsi e livelli diversi nell’approfondimento delle tematiche interiori.

Per ciò che riguarda il primo dei fattori sopra menzionati, ossia il tipo di psicoterapia, va detto che esistono terapie che, tradizionalmente, risultano di durata modesta: ad esempio, quella relazionale o quella comportamentista-cognitivista. Questo in conseguenza del metodo specifico di simili impostazioni, che perseguono obiettivi molto concreti, ma con scarso approfondimento sul piano interiore. Le psicoterapie di tipo analitico, viceversa, tendono ad avere durata più consistente, ma obiettivi più ambiziosi di cura, indagine, ed analisi. La durata pluriennale risulta in questi casi non scandalosa, anche se lo sconfinamento in tempi troppo lunghi comporta un giudizio di scarsa efficacia terapeutica (ma questo è un rischio di ogni tipo di terapia). Non c’è dubbio che le terapie di tipo analitico siano potenzialmente più complete e i loro effetti più profondi, poiché in esse non soltanto si risponde al bisogno terapeutico di risoluzione dei sintomi, o del disagio, ma si affrontano anche le dinamiche psichiche del soggetto, le sue problematiche generali, relazionali ed esistenziali. È evidente che quanto più vasti sono gli obiettivi che ci si ripromette di raggiungere, tanto più lungo sarà il tempo necessario all’impresa.

Oggi, tuttavia, anche nel campo delle terapie analitiche si sente il bisogno di offrire percorsi abbreviati, in sintonia con le richieste di molti pazienti. Naturalmente, gli obiettivi raggiungibili saranno meno ambiziosi, ma a volte questa sembra davvero essere la soluzione migliore. Non dimentichiamo che la psicoterapia deve comunque tendere anzitutto alla risoluzione dei sintomi e alla rimozione del disagio.

Nasce così il concetto di psicoterapia breve: la durata può variare da un minimo di due-tre mesi ad un massimo di dodici. Gli obiettivi saranno chiaramente fissati, gli aspetti cognitivi prevarranno su quelli emotivi.

Sebbene risulti possibile interpretare la fretta di "risolvere il problema" come un inquietante segno dei tempi - nei quali sempre più vengono ridotti gli spazi di riflessione a favore di una certa frenesia del vivere quotidiano - l’abbreviazione dei tempi di terapia è un valore importante in campo clinico e i benefici economici non possono essere ignorati. Al di là di ogni perfezionismo del terapeuta e di ogni nostalgia per modelli di comportamento di altri tempi, occorre affermare chiaramente che la scelta del tipo di psicoterapia è competenza primaria del paziente, unico depositario del diritto di valutare i propri bisogni e di decidere in merito alla loro soddisfazione. In una buona psicoterapia, la via d’uscita è sempre a portata di mano, e gli obiettivi fondamentali devono essere raggiunti in un tempo breve. Deve rimanere in piedi, tuttavia, la possibilità di proseguire il trattamento, per poter approfondire l’indagine interiore, se il paziente lo ritiene opportuno, senza bisogno di fissare i tempi in anticipo, ma verificando in itinere il cammino compiuto e quello che resta da compiere.

 


Sintomo medico e sintomo analitico
Articolo tratto da: www.ascolto-ansia.it

Il sintomo viene definito nel vocabolario della lingua italiana come un segnale, un indizio rivelatore di un fenomeno.

Quando questo sintomo (segnale) è avvertito da un soggetto in quanto portatore di un disequilibrio che produce un malessere, lo stesso si rivolge al medico, il quale attraverso il suo sapere e con l'aiuto della diagnostica (analisi, lastre, etc.) risale alla causa per formulare una diagnosi e prescrivere la relativa cura.

Sintomo medico

Potremmo a questo punto affermare che un sintomo medico richiede una Clinica dello sguardo, dell'osservazione, dell'occhio professionale che rilevi nel sintomo - segnale ­ la disfunzione per eliminarla e ripristinare l'equilibrio e dunque il benessere del soggetto.

Sintomo analitico

Può capitare che un sintomo "segnale" trovi nel "Corpo"            (i sintomi psicosomatici, gli attacchi di panico, per esempio) o ancora nella "Mente" (il fenomeno depressivo, l'ansia per esempio) il luogo privilegiato per esprimersi: in questi casi un soggetto si trova a far fronte a qualcosa di indefinito, inspiegabile con cui è difficile convivere per lo stato di malessere che tale segnale produce.
Il Soggetto a questo punto si trova a dover confrontarsi con qualcosa di incomprensibile, potremo dire con un enigma, con un mal-essere di cui si lamenta ma che non ne capisce le motivazioni, l'origine, il perché.
Certe volte l'apparizione di questa tipologia di sintomi che potremmo definire analitici si presenta paradossalmente in momenti della vita in cui il soggetto sente che le "sue cose" vanno per il verso giusto, che nella realtà che lo riguarda non c'è niente che possa apparentemente fare da causa al disagio e alla sofferenza in cui sente di essere "precipitato".
Potremo a questo punto affermare che un sintomo analitico richiede di essere decifrato.
Freud definisce il sintomo analitico una metafora, vale a dire qualcosa che sta al posto di qualche altra cosa, un segnale che come una matassa richiede di essere dipanato, un segnale al cui interno si cela un significato, un senso che rimanda alla storia e alle vicende più intime del soggetto.
Dunque il sintomo analitico non può essere trattato come il sintomo medico.
In questo caso la clinica dello sguardo da parte dell'esperto non consente al soggetto di dispiegare gli intrecci, i risvolti che tale segnale richiede. La sua sofferenza che sfocia molto spesso nell'angoscia necessita di una interpretazione, necessita l'implicazione del soggetto stesso che attraverso un percorso di parola arrivi a trovare le risposte a lui consone al sintomo "segnale".
I meandri della sua esistenza, le scelte, i desideri non espressi, le rimozioni rispetto a momenti, a sensazioni, a pensieri, questo materiale è spesso implicato nel sintomo analitico.
Con Freud dunque si è passati dalla clinica dello sguardo alla clinica dell'Ascolto.
Il medico implicato non può più prospettare una guarigione indotta dall'esterno da cui il soggetto passivamente aspetta il risultato, ma dovrà farsi "guida" del Soggetto che attivamente si coinvolge nel deciframento e nella scoperta del senso che il sintomo "segnale" porta con sé.


La consultazione psicoanalitica
A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Che cos’è la consultazione psicoanalitica?
È sempre orientata ad un trattamento di psicoanalisi?
Quali sono le preoccupazioni che potrebbe suscitare in chi la chiede?
Quali risultati possiamo aspettarci da una consultazione riuscita?
A chi rivolgersi per una consultazione?

 

Che cos’è la consultazione psicoanalitica?

 

La consultazione psicoanalitica nasce dall’esigenza di mettere a disposizione la tradizione e l’esperienza della psicoanalisi al maggior numero di persone, anche a chi non è motivato o non è in condizioni di intraprendere una psicoterapia intensiva. Usando la cultura e gli strumenti di comprensione propri della psicoanalisi, la consultazione si propone di offrire a chi la chiede (adulti, adolescenti, genitori e bambini, coppie e nuclei familiari) un aiuto psicologico qualificato in tempi brevi: in genere non supera come durata i cinque incontri di circa un’ora ciascuno. Non tutte le cinque sedute, poi, sono sempre richieste o necessarie. Inoltre possono essere distribuite nel tempo in modo molto libero e rispondente alle specifiche esigenze.

 

È sempre orientata a un trattamento di psicoanalisi?

 

La consultazione tradizionalmente ha sempre avuto il fine di verificare la necessità e le condizioni di un trattamento di psicoterapia a lungo termine: infatti essa comprende anche l’aspetto della valutazione diagnostica, ma non è necessariamente subordinata ad un trattamento prolungato. La consultazione, rispetto alla diagnosi, è qualcosa di più e di diverso: essa si presenta come un intervento breve a sé stante con una propria valenza curativa anche se, nel corso del trattamento, può emergere l’utilità di un aiuto più continuativo.

 

Quali sono le preoccupazioni che potrebbe suscitare in chi la chiede?

 

Quali che siano i motivi per cui si richiede una consultazione, l’aspettare e l’affrontare il primo incontro è per tutti un momento in cui si attivano ansie molto intense. La decisione spesso ha incontrato forti resistenze, magari è stata rimandata a lungo, frenata dall’incertezza rispetto all’affidabilità dello psicoterapeuta, dal timore di una diagnosi infausta e di un giudizio negativo sul proprio operato. Infine c’è in molti la paura di entrare in un percorso analitico a senso unico e senza svincoli.

 

Quali risultati possiamo aspettarci da una consultazione riuscita?

 

Una consultazione ben fatta rappresenta un momento di chiarificazione, che permette di operare una distinzione tra la realtà esterna e gli stati interni: desideri e paure che, a volte, rendono più difficile accettarla.


Nel momento in cui, comunicandole, si accettano le proprie difficoltà, ci si sente anche più consapevoli delle proprie risorse e più forti per la determinazione con la quale si è stati in grado di affrontare il problema. Si può allora guardare da una diversa prospettiva alla propria situazione interna e al proprio mondo di rapporti.

Quando la consultazione viene richiesta per i bambini, accade che i genitori si trovino a fare delle scoperte rispetto  ai propri figli, e questo può rappresentare un prezioso aiuto per diminuire le ansie e allentare rapporti troppo tesi e irrigiditi. Si possono così creare degli spazi di incontro e di facilitazione utili a superare momenti di difficoltà.

 

A chi rivolgersi per una consultazione?

 

La consultazione si può svolgere sia in ambito privato che istituzionale: le associazioni più qualificate hanno in genere dei centri a cui è possibile rivolgersi per contattare persone esperte in questa particolare applicazione della psicoanalisi. I consulenti saranno quindi psicoterapeuti provvisti di una lunga formazione ed esperienza tali da poter fornire un aiuto qualificato anche in pochi colloqui.

 

Una buona consultazione riveste un’importante funzione preventiva, poiché permette di riconoscere tempestivamente i segnali di disagio e sofferenza psichica, e, se necessario, di intervenire adeguatamente. È bene ricordare che, in campo psicologico, l’esperienza di essere compresi e comprendere è alla base di qualsiasi progresso.

 

A cura di Bianca Micanzi Ravagli
Psicologa, Psicoterapeuta
Membro didatta AIPPI
 


Chi ha paura dello psicologo?
Articolo tratto dal sito www.opsonline.it



A cosa è dovuto il boom della "psicologia da rivista” degli ultimi anni?
Quali sono le convinzioni più diffuse nei confronti delle terapie psicologiche?
E quali le paure più comuni?
In cosa consiste il “percorso terapeutico”?
Quando è davvero il caso di affidarsi ad un esperto?


Molto amate dai lettori e cliccatissime su internet. Sono le rubriche dedicate alla psicologia. “Lettere allo psicologo”, “Consigli dallo psicologo” e interi forum attraverso i quali chiedere consulenze e pareri a "interlocutori" più o meno qualificati.
Eppure tutto questo interesse per i temi della psicologia non sempre prelude ad una richiesta diretta ai professionisti, psicologi, psicoterapeuti e psicoanalisti, che praticano negli studi. Come spiegare tale contraddizione?

A cosa è dovuto il boom della "psicologia da rivista” degli ultimi anni?

L’aumento dell’aspettativa di vita realizzatosi negli ultimi decenni ha portato progressivamente alla ribalta l’interesse per un benessere non solo fisico ma anche psicologico, alla ricerca di una “felicità” non più considerata un’utopia ma, ottimisticamente, un diritto di tutti. Ciò, unitamente alla capillare diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, internet soprattutto, ha avvicinato le persone alle tematiche psicologiche, prima considerate di competenza esclusiva dei professionisti del settore. Argomenti come le malattie psicosomatiche, i conflitti relazionali e addirittura l’interpretazione dei sogni fanno ormai parte della sfera di interesse di gran parte degli esseri umani.

Di qui l’irresistibile tentazione di provare a risolvere da soli i problemi che, ormai l’abbiamo imparato, ci rendono difficoltoso o quasi impossibile il raggiungimento di quella felicità considerata ormai imprescindibile. Si passa quindi, con voracità, dalla lettura delle rubriche psicologiche delle riviste alla richiesta di consigli online, rigorosamente “a distanza”.

Quali sono le convinzioni più diffuse nei confronti delle terapie psicologiche?

Paradossalmente, a fronte di questo aumento esponenziale dell’interesse nei confronti delle tematiche psicologiche, indagini curate da sociologi hanno rilevato che la conoscenza della materia da parte della gente è, nella maggior parte dei casi, approssimativa e, spesso, infarcita di pregiudizi difficili da scalfire. La stessa esatta distinzione tra competenze e ambiti di intervento dei diversi professionisti del settore è quasi sempre assente o vaga: ci si confonde tra psicologo, neurologo e psichiatra, per non parlare della differenza tra psicologo e psicoterapeuta, o tra psicoterapeuta e psicoanalista.

Il sospetto nei confronti di una terapia basata sul dialogo è ancora fortissimo, assieme alla diffusa convinzione che, dopotutto, basta volerlo davvero e chiunque può risolvere da solo i propri problemi psicologici, riflettendoci su, magari con l’aiuto dell’ultimo articolo sul settimanale femminile o di quel sito internet che promette consigli risolutivi con il semplice invio di una mail.
Nello specifico delle convinzioni relative all’ambito psicologico, inoltre, ancora prevalgono opinioni di questo genere: “Il carattere è carattere. Ci si nasce, e nessuno lo può cambiare”; “Io so qual è il mio problema, devo solo pensarci su”; “Andare da uno psicologo è solo una perdita di tempo e soldi: posso parlare anche con un amico”, “Se poi mi lego resterò dipendente per sempre”.

E quali le paure più comuni?

Il timore principale è, per tutti, quello di mettere in discussione il proprio equilibrio faticosamente raggiunto, senza la garanzia di giungere ad un cambiamento in positivo, cambiamento che, di per sé, costituisce comunque un rischio. In certi casi, inoltre, domina la convinzione che “è sempre meglio non svegliare il can che dorme”, con il rischio che la situazione peggiori.
C’è poi, fortissima, la paura di dover ammettere i propri errori, senza più potersi appoggiare alla consolante certezza di essere stati vittime degli altri e delle circostanze avverse.
Infine, ultima ma non ultima, la diffidenza nei confronti di un professionista spesso dipinto come una specie di stregone, o uno “strizzacervelli”, in grado di leggerci dentro, annullare le nostre difese e manipolarci a piacimento, rendendoci schiavi di una dipendenza umiliante.

In cosa consiste il “percorso terapeutico”?

Il fatto di dover chiedere aiuto appare a molti il segno di un fallimento. Al contrario, in realtà, ciò che si prova nel momento in cui si riescono ad affidare ad un altro le proprie preoccupazioni, paure, frustrazioni è solitamente un senso di sollievo. Lo spazio terapeutico è innanzitutto uno spazio protetto, privato, all’interno del quale il paziente riceve, o dovrebbe ricevere, un ascolto privo di giudizio, fondato sull’empatia e sulla capacità del terapeuta di accogliere anche i contenuti più difficili, i silenzi più imbarazzati, un pianto desolato o una rabbia che non trova sfogo. Senza dare consigli risolutivi, il terapeuta si accosta alla sofferenza del paziente, consentendo a quest’ultimo di ristabilire un contatto con se stesso. Laddove si stabilisca una buona alleanza tra il paziente e il suo terapeuta, il primo saprà tollerare un certo grado di dipendenza che non significa sottomissione ma possibilità di lasciarsi accompagnare per un tratto della propria strada particolarmente difficile o complesso.
Certo, il cambiamento di certi aspetti di se stessi e del proprio modo di affrontare la realtà è quanto di più difficile ci sia dato di vivere. Ogni percorso terapeutico implica perciò anche l’accettazione della fatica che comporta il rimettersi in discussione per trovare nuovi e più adeguati modi di relazionarsi con il mondo.

Quando è davvero il caso di affidarsi ad un esperto?

Il ricorso a un terapeuta non è sempre indispensabile. Anche la psicologia “da rivista” può essere un utile strumento per quelle persone che, di fondo, possiedono già una propria capacità introspettiva e un proprio equilibrio. Qualora però il disagio emotivo pregiudichi lo svolgimento delle normali attività quotidiane o la qualità delle relazioni affettive significative, è sempre consigliabile rivolgersi ad un esperto che aiuti la persona a riconsiderare la situazione da un altro punto di vista, riattivando le sue risorse interiori al fine di trovare modalità più creative per affrontare la realtà.

A cura di Chiara Mezzalama e Laura Mercuri (AIPPI), tratto da: www.yahoo.it


MESE DEL BENESSERE PSICOLOGICO…

 

 

   ...GIOVANI E ADULTI DAL DISAGIO AL BENESSERE                                 (dicembre 2007)

La salute è il nostro bene più prezioso. Mantenerci in salute dipende anche da noi. Come?
Dall’esperienza maturata in questi anni di attività privata e non, in ambito psicologico, sono stato ispirato alla promozione di un’iniziativa singolare che vuole agevolare coloro che avvertono l’esigenza di affrontare alcune tematiche ed emergenze personali, facilitando il primo approccio alla comprensione del loro malessere.
Considerando che le persone fanno sempre parte di un particolare contesto sociale (ad esempio quello famigliare), esse sperimentano, nella gioia così come nella sofferenza, delle forze racchiuse in uno spazio che non hanno creato individualmente. Ci sono infatti sofferenze e malattie che non sembrano in alcun modo collegate a quanto occorre nella vita di una persona.
Quando non si sta bene si innescano delle reazioni a catena e molto spesso a pagarne le conseguenze sono anche le figure che ci ruotano attorno (colleghi di lavoro, famigliari, partner, amici, ecc.)
La premessa fatta contiene anche un invito non solo alla comprensione del malessere che ognuno di noi può incontrare nella vita e che ci porta ad affrontarla con fatica, con dolore e con speranza ma, vuole sottolineare quanto sia rilevante l’aspetto della sua gestione. Dunque è nostro dovere affrontare in tempo i disagi personali prima che vengano a peggiorare le situazioni o le relazioni che a loro volta autoalimenterebbero il disagio psicologico iniziale fino a renderlo incontenibile.
Ogni malessere psicologico se trascurato tendenzialmente da vita anche a problematiche fisiche più o meno gravi. Per questo prevenirlo è un dovere che noi tutti non possiamo trascurare né delegare.
E’ a partire da questa consapevolezza che, quale psicologo dell’età evolutiva ed adulta, mi impegno a dare il mio contributo per migliorare la salute dei singoli e della collettività offrendo la possibilità di elaborare e alleggerire il peso di preoccupazioni e dolori. Il pacchetto di incontri che viene messo a disposizione dell’utente per tutto il mese di Dicembre, ha lo scopo di fornire elementi utili a chi è disposto a sperimentare quell’apertura della mente e del cuore che consente di ricavare i frutti migliori anche dai rapporti umani più difficili.
Il Mese della Prevenzione Psicologica a Ferrara è un’iniziativa suggerita dalle esigenze degli utenti stessi che si pone, appunto, come obiettivo quello di portare un aiuto concreto attraverso condizioni economiche agevolate, a tutti coloro che sentono il bisogno di recuperare il benessere     psico-fisico o semplicemente che vogliono restare in salute.

A cura di
Dott. Fabrizio Bianchini

 

 
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